giovedì 11 gennaio 2024

Rose Bazzoli recensione di LE STAGIONI DEL PRESENTE

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Le stagioni del presente raccolta poetica di Giorgio Pizzol.

La poesia di Giorgio Pizzol è come un motivo musicale che si svolge piano, trasportandoti con sé. La tentazione di lasciarsi andare e godere semplicemente del flusso delle parole e delle immagini è molto forte; forse è il potere degli elementi naturali che dominano i suoi versi: l’acqua, il cielo, l’erba, il vento… e poi i ricordi, la solitudine (più compagna desiderata, che temuta), gli amori che tornano vibranti come se passato e presente fossero tutt’uno… mentre il futuro è un foglio bianco di speranza.

Nella prefazione l'autore sostiene che “operando una combinazione casuale di suoni e significati di diverse parole, sotto la suggestione di particolari stati emotivi, è possibile produrre scritti che assomigliano molto a quelli che in letteratura vengono denominati poesie”.

Una modestia eccessiva, a parer mio. Nei versi di Giorgio prevale l’elemento lirico e intimista, ma l’accostamento di varie immagini, rivela il piacere intellettuale legato all’uso stesso della parola, nel creare suggestioni:

il suono vive e si propaga
- - composizione poetica
nido di rondine
nido d’ape
sussurro di pioggia
profumo d’acque sommerse
canto e mito perenne
dell’amore lontano e vicino
alba e tramonto
ecc.

Mi scuso per l’eccetera che non vuole sminuire la prima poesia della raccolta, ma evidenziare il processo di ispirazione casuale descritto dall’autore. L’elenco suggestivo di immagini naturalistiche culmina nell’invocazione finale che è il fulcro della composizione:

amami
- - come sorgente viva
energia perpetua senza coscienza
tu
immagine struggente
come il mattino
quando avidamente bacia
il roseo volto dell’aurora

sarà incontro non addio
finché sorriderà la speranza
- - di una stagione nuova
non importa quale

Non è un caso che gli ultimi tre versi siano anche la premessa del libro, un’indicazione generale dell’autore stesso sull’opera.

Ancora:

Una sera abbandonata sulle colline
il carro dell’orsa troppo carico di pace
ma non c’era la luna
e più che la notte era l’oscurità
i grilli incatenavano al loro canto
i raggi delle stelle
pace nell’ombra
ombra nella pace
cercavo di ricordare i tuoi occhi
e grilli incatenavano i sogni

ero al bivio della solitudine

cos’è la strada in questa vecchia sera
se non una forca per impiccare i ricordi

Bellissimo questo bivio della solitudine in cui il poeta deve scegliere tra il vivere “le stagioni del presente” o lasciarsi andare alla memoria. È una forca per impiccare i ricordi, immagine solo apparentemente cruda. Per me, splendida.

Ma non vorrei anticipare troppo e "spoilerare", come si dice oggi, la lettura di coloro, mi auguro molti, che si avvicineranno a questo autore che abbiamo il privilegio di annoverare tra gli utenti di Quora.

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